La voce del faro, una leggenda di Ancona

Il mare Adriatico, si sa, non dimentica mai chi gli ha chiesto un favore.
Corrado era figlio di pescatori, nipote di pescatori, e probabilmente nonno di pescatori sarebbe diventato, se le cose fossero andate diversamente quella notte di novembre del 1743. Viveva nel quartiere del porto, in una casa stretta come un libro tra altre case strette, dove l'odore di salsedine entrava dai muri e il vento del mare ballava tra le lenzuola stese ai balconi.
Quella sera, mentre Ancona dormiva ai piedi del suo colle — avvolta tra il promontorio del Conero e il porto che i Romani avevano costruito col marmo bianco — Corrado stava tirando le reti insieme a suo padre, a largo, dove l'acqua diventa nera e smette di parlare.
Fu allora che la tempesta li sorprese.
Non era una tempesta comune. I vecchi del porto la chiamavano la sciara, quella combinazione di vento di tramontana e risacca adriatica che non lascia scampo alle imbarcazioni piccole. Il cielo si chiuse come una mano che stringe un pugno, e il mare cominciò a gonfiarsi con la lenta cattiveria di chi ha tutto il tempo del mondo.
Il padre di Corrado, Biagio, fu il primo a capire.
«Rema verso il Guasco», disse, con quella voce piatta che i marinai usano quando la paura è troppo grande per essere mostrata. Il Guasco era il colle su cui stava la Cattedrale di San Ciriaco — il cuore antico di Ancona, con le sue colonne bianche che da secoli vegliavano sul porto come sentinelle di pietra.
Ma il vento aveva un'altra idea.
Le onde separarono le loro mani nella quarta o quinta ora di lotta. Corrado non sapeva più dove fosse suo padre. Non sapeva nemmeno, a dire il vero, dove fosse lui stesso. L'acqua entrava nella barca, le remate erano inutili, e il ragazzo — aveva diciassette anni — cominciò a fare quello che fanno tutti quando non resta altro: pregò.
Non pregò San Ciriaco, patrono della città. Non pregò la Madonna. Pregò il mare stesso, come gli aveva insegnato la nonna Assunta, che veniva da un paese dell'entroterra e non si era mai fidata delle preghiere ufficiali.
«Mare», disse Corrado ad alta voce, anche se nessuno poteva sentirlo nel fragore delle onde, «dimmi dove sono.»
E il mare, stranamente, rispose.
Una luce. Non quella di una lanterna, non quella di una casa lontana. Una luce che saliva dall'acqua stessa, blu e fredda come il fondo del porto, che disegnava nell'oscurità il profilo della costa. Corrado vide il promontorio. Vide le rocce. Vide, soprattutto, il varco stretto tra due scogli attraverso cui poteva passare con la barca se avesse remato con tutta la forza che aveva.
Remò.
L'alba lo trovò arenato su una lingua di sabbia ai piedi del colle del Guasco, vivo, con le mani sanguinanti e il cuore che batteva come un campanello impazzito. Suo padre era già lì — era arrivato mezz'ora prima, portato dalla stessa luce, seguendo lo stesso varco.
Si abbracciarono senza parlare, come si fa quando le parole sarebbero solo rumore.
Chi fosse la luce, Ancona lo sapeva già.
La chiamavano la Lucerna: la forma di una donna di luce che appariva nelle notti di grande tempesta, visibile solo a chi stava per morire, invisibile a tutti gli altri. Nessuno sapeva di preciso la sua storia — c'era chi diceva fosse un'antica sacerdotessa della Dea Venere, adorata ad Ancona prima che i cristiani costruissero San Ciriaco sulle sue rovine; chi diceva fosse una sposa che aveva perso il marito in mare e da allora camminava sulla riva tenendo in mano la lanterna con cui lo aspettava ogni sera.
I marinai anconetani non discutevano di queste cose. Le sapevano, e basta.
Corrado visse fino a ottantadue anni. Ebbe tre figli, sette nipoti, e una storia che raccontava sempre nella stessa maniera — senza esagerare, senza aggiungere particolari drammatici — come se fosse un fatto di ordinaria amministrazione, come trovare le reti piene di sgombri.
Solo una volta, un nipote gli chiese: «Nonno, ma ci credi davvero? Una donna di luce nel mezzo del mare?»
Corrado guardò il porto, che brillava sotto il sole di agosto con tutta la sua normalità quotidiana — le barche, i gabbiani, il traghetto che arrivava dalla Grecia — e scrollò le spalle.
«Non so se ci credo», disse. «So che sono vivo.»
Il mare Adriatico, dietro di lui, non commentò. Come sempre, sapeva già tutto.
Ancora oggi, gli anziani del porto di Ancona dicono che nelle notti di grande tempesta, se ti sporgi abbastanza sul molo e guardi verso il largo, puoi vedere qualcosa che non è un faro e non è un riflesso di luna. Qualcosa di blu. Qualcosa che ti indica la strada di casa.
Se lo vedi, sei fortunato.
Se lo vedi e sei già al sicuro a terra, significa che qualcuno là fuori sta remando con tutta la forza che ha.

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