Finto 15enne su TikTok per adescare una 12enne: a processo un 59enne. Il giudice valuta l'aggravante di pedopornografia
Il tribunale di Ancona ospita in queste settimane un processo che getta luce su una delle piaghe più subdole dell'era digitale: il grooming. Un uomo di 59 anni, residente in provincia di Modena, è accusato di aver adescato online una bambina di 12 anni, fingendosi un coetaneo sui social network. Quello che era iniziato come un gioco virtuale si è trasformato in un incubo per la vittima, con richieste di foto intime e messaggi a sfondo sessuale.
L'inganno sui social: da TikTok a WhatsApp
Secondo la ricostruzione della Procura distrettuale di Ancona, supportata dalle indagini dei carabinieri di Macerata, i contatti sarebbero iniziati nel 2023 sulla popolare piattaforma TikTok. L'uomo avrebbe creato un profilo falso, spacciandosi per un ragazzo, per abbassare le difese della giovanissima vittima. Dopo averne conquistato l'attenzione e la fiducia, la conversazione si è rapidamente spostata su WhatsApp, dove il cerchio si è stretto .
L'accusa sostiene che per circa due mesi l'adulto abbia scambiato messaggi sempre più espliciti con la bambina, arrivando a convincerla a inviargli una decina di foto intime. Si tratta della classica dinamica del grooming, una tecnica di manipolazione psicologica in cui l'adescatore costruisce un rapporto di fiducia e dipendenza emotiva con il minore, isolandolo gradualmente dal suo contesto familiare per poi avanzare richieste sessuali .
La scoperta della madre e la denuncia
A interrompere la spirale è stata la madre della vittima, residente nel Maceratese. Controllando il cellulare della figlia, ha scoperto le conversazioni spinte e le fotografie. La donna ha avviato immediatamente le procedure di denuncia, recandosi dai carabinieri. In aula, durante l'incidente probatorio davanti alla giudice Maria Elena Cola, la madre ha raccontato di aver cancellato le foto della figlia dal telefono prima di sporgere denuncia, perché troppo imbarazzanti. Le immagini, al centro del processo, non sono state quindi recuperate dagli investigatori, ma la loro esistenza è stata confermata dalla testimonianza della vittima e della genitrice.
La minore è stata ascoltata a porte chiuse per proteggerne la vulnerabilità, un atto dovuto in processi di questa natura per evitarne la vittimizzazione secondaria. Sia la madre che la figlia si sono costituite parte civile con l'avvocato Roberta Boccardo.
Difesa e possibile aggravante: il nodo della "ingente quantità"
L'imputato, difeso dall'avvocato Marco Proietti Mosca, nega le accuse, sostenendo che tra lui e la ragazzina ci siano state solo "chiacchiere" e nessuna foto osé. Tuttavia, la Procura potrebbe presto aggravare la posizione dell'uomo.
Durante l'udienza, sentite le dichiarazioni sul numero di foto inviate (almeno una decina), il giudice ha aggiornato il processo al 1° aprile per valutare l'integrazione di un nuovo capo di imputazione: la detenzione di materiale pedopornografico, prevista dall'art. 600-quater del codice penale .
Se il numero di immagini fosse considerato "ingente", scatterebbe una circostanza aggravante che farebbe passare il procedimento dalla giudice monocratica a una composizione di giudici collegiali, aumentando il potenziale rigore della pena. La giurisprudenza definisce "ingente quantità" non solo un numero molto elevato di file, ma una disponibilità tale da contribuire concretamente al mercato pedopornografico . In questo caso, la difesa dell'uomo potrebbe vertere sull'impossibilità di recuperare le foto e quindi sulla loro effettiva natura, mentre l'accusa punta sulla testimonianza della vittima.
Il fenomeno in Italia: numeri e strategie di difesa
Questo caso non è un episodio isolato. I dati raccolti dalla Polizia Postale e da associazioni come Save the Children dipingono un quadro preoccupante. Nel 2024, i casi di adescamento di minori online in Italia sono stati 370, con un aumento del 5% rispetto all'anno precedente. La fascia d'età più colpita è proprio quella tra i 10 e i 13 anni, che rappresenta il 55,7% dei casi .
"Il dato riflette la crescente esposizione dei preadolescenti che iniziano a esplorare il mondo digitale in modo più autonomo", si legge nel report della Polizia Postale, che nel primo trimestre del 2025 ha già registrato un'impennata dei casi trattati (+10%) . Gli esperti spiegano che l'adescatore tipo è spesso un adulto incensurato, che conosce lo slang giovanile e si introduce nelle chat di giochi o piattaforme come TikTok per colpire i soggetti più vulnerabili .
Consigli per i genitori
Di fronte a questi dati, gli esperti lanciano un messaggio chiaro: la repressione non basta, serve la prevenzione. Il colonnello Barbara Vitale, ufficiale psicologo dei carabinieri, sottolinea l'importanza di un'alleanza educativa . Ecco un decalogo di comportamento per i genitori:
Dialogare sempre: Il dialogo deve essere continuo e non legato solo alle emergenze. I ragazzi devono sentirsi liberi di raccontare le loro esperienze online senza paura di essere giudicati .
Osservare i segnali: Isolamento, irritabilità, cancellazione compulsiva dei messaggi o abbandono improvviso dei social sono campanelli d'allarme da non ignorare .
Usare gli strumenti di controllo: I parental control e le impostazioni di privacy non sono un'intrusione, ma una protezione. È fondamentale sapere chi frequentano i propri figli nel mondo virtuale come si farebbe in quello reale .
Spiegare il concetto di consenso digitale: I ragazzi devono capire che ciò che viene inviato online non è più sotto il loro controllo e che "no" significa "no" anche in chat .
Conservare le prove e denunciare: In caso di sospetto, è fondamentale non cancellare le chat, fare screenshot e rivolgersi subito alle forze dell'ordine (Polizia Postale o numero di emergenza 114) .
La prossima udienza del 1° aprile sarà cruciale per capire se il processo si farà più complesso e se la giustizia riuscirà a fare piena luce su una vicenda che ha segnato l'adolescenza di una bambina, dimostrando ancora una volta come la rete, se non presidiata, possa trasformarsi in una trappola mortale.
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