Rapina, fucilata e 200 pallini in corpo: per il giudice la cassiera è “troppo aggressiva”. E deve pagare le spese legali.
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"Se mai vi trovaste davanti a un rapinatore armato, ricordate le buone maniere. Niente urla, niente insulti. Magari un cordiale «faccia pure con calma»." Questo potrebbe sembrare il consiglio sarcastico di un amico dopo una serata al bar. E invece è la paradossale morale di una vera sentenza del tribunale di Lucca.
Protagonista della vicenda è Ombretta Cordoni, all'epoca dei fatti cassiera 60enne in un supermercato Penny Market di Pontetetto, una frazione di Lucca. La sera del 29 maggio 2014, la sua vita si è trasformata in un incubo .
Il copione iniziale è quello classico delle rapine: un uomo si mette in fila alla cassa e, approfittando di un momento di distrazione, allunga le mani per arraffare il denaro dal cassetto. Il bottino, composto da circa 400 euro . Solo che Ombretta non interpreta la parte della vittima silenziosa. Niente inchini, niente "prego si accomodi". Di istinto, cerca di chiudere il cassetto e inveisce contro il malvivente.
Il rapinatore, evidentemente poco incline al dialogo, reagisce in modo spropositato: estrae un fucile a canne mozze e le spara addosso a bruciapelo. Prima di fuggire in scooter, le lascia una frase beffarda, riportata dai testimoni: "Grulla, vedi che se mi davi i soldi..." (termine dialettale che significa "stupida") .
La donna viene colpita al torace da circa 200 pallini. Trasportata d'urgenza in ospedale, subisce un intervento chirurgico ai polmoni. Per fortuna, l'arma era caricata con una cartuccia a pallini di calibro ridotto, ma i segni di quell'aggressione restano. Ancora oggi, la signora Cordoni porta addosso i segni di quella brutale aggressione e, come racconta il marito, respira a fatica a causa di alcuni pallini rimasti nei polmoni .
La beffa nel danno
A distanza di anni, dopo aver subito l'aggressione e affrontato spese mediche e sofferenze, Ombretta decide di chiedere un risarcimento. Ma è qui che la storia prende una piega surreale.
Il tribunale civile di Lucca ha respinto la richiesta di risarcimento danni (che ammontava a 250mila euro) presentata dalla donna. E la motivazione, destinata a far discutere, è quella che avete letto: secondo i giudici, la Cassiera è stata "troppo aggressiva coi ladri" .
Ma è fondamentale capire un dettaglio cruciale, spesso travisato: la causa non era contro il rapinatore, ma contro il datore di lavoro, la società Penny Market . La signora Cordoni chiedeva i danni all'azienda per presunte carenze nella sicurezza (come l'assenza di vigilanza). La società, nelle sue difese, ha opposto la "politica aziendale" per la gestione di eventi criminosi. Una procedura che, per garantire l'incolumità dei dipendenti e la copertura assicurativa, impone di non reagire e di non prendere iniziative in caso di rapina .
E il tribunale le ha dato ragione. Nella sentenza si legge un passaggio che lascia senza parole: "Non può non osservarsi che l'esplosione del colpo da fuoco risulta nel caso in esame piuttosto conseguenza del comportamento decisamente aggressivo assunto dalla ricorrente (...) appare privo di qualsivoglia utilità e a vario titolo dannoso, anche, infine, per l'eccesso di aggressività suscitata nel rapinatore" . In pratica, secondo questa logica, la reazione istintiva della donna avrebbe provocato l'ira del bandito.
Il risultato? Oltre a non ricevere un euro di risarcimento, Ombretta Cordoni è stata condannata a pagare le spese legali del processo: circa 5.800 euro .
"Mica era lei quella armata"
Parole amare quelle del marito, Aldo Costantini, che ha raccontato la vicenda alla stampa: "Mia moglie era terrorizzata. Non ricorda nulla di quegli attimi. È come se avesse un vuoto. Non si è razionali in quei frangenti. Che cosa le si può imputare? Sfido chiunque a trovarsi in quella situazione" . E ancora: "Di certo non lo ha provocato, mica era lei a essere armata!" .
La coppia, assistita dal proprio avvocato, sta ora valutando se presentare appello contro questa sentenza che ha dell'incredibile .
Una storia che insegna
Al di là della vicenda giudiziaria, questa storia ci pone davanti a interrogativi scomodi. Stiamo davvero dicendo che in un paese civile, la vittima di un reato violento può essere considerata colpevole per aver reagito d'istinto a una minaccia armata?
Certo, le assicurazioni e le policy aziendali hanno regole fredde e calcolatrici. Ma tra il rispetto di una procedura e l'incubo di ritrovarsi un fucile spianato, il confine è fatto di paura, adrenalina e umanità. Una umanità che, in questo caso, è costata cara.
Morale della favola? Forse, la prossima volta, oltre al manuale per le buone maniere, andrebbe allegato anche un prontuario su come farsi rapinare senza disturbare il malvivente. Per non sembrare scortesi. O, peggio, "aggressivi".
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