Il nome dell'oscurità: una delle leggende più cupe e suggestive del territorio anconetano, quella del "Buco del Diavolo"
Il nome dell'oscurità
Matteo non credeva alle leggende. Cresciuto ad Ancona, ne aveva sentite tante: gli specchi ustori di Archimede che ancora oggi, all'alba, incendiano l'aria con un bagliore fantasma ; i rintocchi della campana sommersa di San Clemente che ogni tempesta riporta a galla ; e poi i leoni del Duomo, con le fauci levigate dalle mani di generazioni di bambini che ancora cercavano scampo dal fantomatico pirata Calmucco . Per Matteo erano solo storie, il folklore pittoresco di una città antica.
Ma la leggenda del Buco del Diavolo, quella era diversa. Non parlava di eroi o di pirati, ma di una promessa e di una punizione. Si diceva che sotto le colline di Camerano, nell'entroterra, si aprisse una grotta. Una galleria scavata nella roccia che scendeva dritta come un esofago di pietra verso il cuore della terra. In fondo, celata in una stanza sotterranea, c'era una chioccia d'oro circondata dai suoi pulcini, un tesoro di inestimabile valore. Ma a proteggerlo non c'erano serrature o trappole. C'era Lui. Il Diavolo in persona. E la leggenda era chiara: chiunque fosse giunto a toccare l'oro, avrebbe potuto salvarsi e tornare alla luce solo se avesse scoperto e inciso sulla roccia il vero nome del Principe delle Tenebre. Inciderlo con il proprio sangue .
Per anni, quella storia aveva popolato i peggiori incubi di Matteo ragazzino. Ora, a trent'anni, era diventata la sua ossessione da archeologo. Lui non cercava l'oro, cercava la verità storica. E dopo mesi di ricerche, basate su antichi documenti e mappe catastali del '600, credeva di aver trovato l'accesso. Non quello turistico, ormai cementificato, ma un ingresso secondario, una spaccatura nella roccia menzionata in un diario di un eremita del Settecento.
Era una notte di luna piena d'agosto. L'aria era immobile e afosa, quel genere di caldo che fa impazzire i cani e rende l'uomo irrequieto. Matteo parcheggiò la vecchia Punto su una strada bianca e proseguì a piedi, zaino in spalla con torce, corde e un block notes. Il frinire delle cicale era assordante, una lama di suono che tagliava il silenzio della campagna. Trovò il fosso e lo seguì, come indicato dallo scritto. L'odore di terra umida e di vegetazione in decomposizione si fece più intenso. E poi la vide: una fenditura nella parete rocciosa, quasi nascosta da un cespuglio di rovi. Era bassa, stretta. Sembrava la bocca spalancata di un gigante di pietra.
Matteo accese la torcia frontale e si infilò dentro. Il passaggio iniziale era un cunicolo angusto, un budello di roccia alto meno di un metro e sessanta. Doveva procedere curvo, con la schiena che già doleva. L'aria cambiò all'istante: diventò fredda, pesante, immobile. Un alito di tomba. La torcia illuminava pareti di calcare scolpite dall'acqua, gocce che luccicavano come occhi umidi.
Dopo una ventina di metri, il cunicolo si aprì in una galleria più ampia. Il silenzio era totale, opprimente. Le sue scarpe affondavano nel fango con un suono squish che gli rimbalzava contro le pareti come uno schiaffo. Ogni trenta metri, sulla volta, si aprivano dei camini, piccoli pozzi verticali che portavano chissà dove. Soffi d'aria fetida, tiepida come un respiro, gli accarezzavano la nuca.
Poi, il ronzio.
All’inizio lo scambiò per un fischio nelle orecchie, l’effetto del silenzio innaturale. Ma il suono crebbe, si fece più acuto, più fitto. La luce della torcia rivelò l’orrore: le pareti erano vive. Un brulicare immenso, un tappeto di zanzare dal corpo scuro ricopriva ogni centimetro di roccia. Milioni, miliardi di insetti appesi in letargo. Al suo passaggio, il tepore del suo corpo e il riverbero della luce le risvegliò. Si staccarono dalle pareti in nuvole nere e vorticanti, un turbine di ali sottili che gli si infilava nei capelli, negli occhi, nella bocca. Lui tossì, agitò le braccia, impazzito, mentre quelle creature affamate gli si scagliavano contro, assetate di sangue. Corse a testa bassa nella galleria, scivolando nel fango, fino a quando il nugolo non si diradò, lasciandolo solo con il suo respiro affannato e il ronzio in lontananza.
Tremante, coperto di punture e fango, Matteo si rialzò. E fu lì che la galleria finì. Davanti a lui si apriva uno spazio diverso, non più un cunicolo, ma una stanza. La torcia la percorse lentamente. Al centro, su una sorta di piedistallo naturale di roccia, riposava una scultura. Una chioccia con le ali leggermente aperte a proteggere una dozzina di piccoli. Il metallo era opaco, ma sotto la polvere dei secoli, Matteo vide un bagliore giallo. Oro. Era tutto vero.
Dimenticando per un istante la paura, si avvicinò. Tese una mano, quasi ipnotizzato. La sua mente razionale urlava che era una scoperta archeologica sensazionale, che doveva fotografare, documentare. Ma la sua mano, come mossa da una volontà propria, voleva toccare. Voleva possedere.
Le sue dita sfiorarono il dorso liscio e freddo della chioccia. La sensazione fu di una scarica elettrica che gli risalì il braccio, gelida.
E il buio si spense.
La sua torcia frontale morì. Lo zaino, con la torcia di riserva, sembrava pesare una tonnellata. Un'oscurità assoluta, densa, palpabile, lo avvolse. Un'oscurità che non era solo assenza di luce, ma una presenza. Poi, dall'oscurità, arrivò la voce.
Non era un suono. Era un pensiero che gli si insinuò nel cervello come un verme. Era gelida, antica, e rideva di un riso che non aveva nulla di umano.
Sei venuto a prendere ciò che è mio.
Matteo sentì il cuore cessare di battere per un intero secondo. Il freddo della grotta gli entrò nelle ossa.
"Non sono venuto per l'oro", balbettò, la voce spezzata. "Sono uno studioso... un archeologo. Volevo solo..."
Non mentire. Mi hai svegliato. Le tue mani hanno toccato ciò che non dovevano. Ora, seguiamo le regole, piccolo uomo. Conosci il mio nome?
La leggenda. La dannata leggenda. Gli sembrava di sentire l'eco delle parole del blog letto anni prima: Lo sventurato che dovesse raggiungerla, però, non potrà mai tornare indietro se non scoprirà il vero nome del Demonio e non lo scriverà sulla roccia con il proprio sangue .
"Il tuo nome?" mormorò, mentre il panico gli serrava la gola. "Belzebù? Satana? Lucifero?"
La risata riecheggiò di nuovo, più forte, e la grotta tremò. Piccole gocce d'acqua, fredde come ghiaccio, iniziarono a cadere dall'alto.
Nomi di bambini. Nomi che vi siete inventati. Io sono più antico di questi cunicoli, più antico di questa terra. Il mio nome è inciso nel DNA del primo uomo che ha conosciuto la paura. E tu non lo sai. E non lo saprai mai.
"Non può essere!" urlò Matteo, un miscuglio di terrore e disperata razionalità. "È una leggenda! Non esisti!"
Allora la presenza si fece carne. Nell'oscurità più totale, Matteo sentì qualcosa muoversi. Un corpo immenso strisciare sul fango, un ansimo roco, l'odore di zolfo e di carne putrefatta. Sentiva la sua vicinanza, un freddo che gli ghiacciava il sudore sulla pelle.
Gioca con me, piccolo uomo. Prova a indovinare. Ti lascerò uscire se scopri il mio nome. Ti lascerò andare...
La voce divenne un sussurro nella sua mente, un elenco infinito di nomi, antichi e moderni, in lingue dimenticate. Matteo si accasciò al suolo, tappandosi le orecchie, mentre quelle sillabe infernali gli martellavano il cervello, minacciando di farlo impazzire. Nel buio, una forma stava iniziando a prendere consistenza. Due occhi rossi, come brace morente, si aprirono di fronte a lui. Poi un sorriso, bianco e affilato, che galleggiava nel nulla.
Matteo, con un ultimo barlume di ragione, si morse il dorso della mano fino a sentire il sapore del ferro del suo stesso sangue. Con il dito insanguinato, tremando come una foglia, iniziò a scrivere sulla parete di roccia accanto a sé. Non sapeva cosa scrivere. Scrisse la prima parola che gli venne in mente, un nome a caso, disperato, nella polvere e nel sangue: DISPERAZIONE.
Per un istante, il silenzio tornò. La risata si spense. Gli occhi rossi scomparvero. L'orrore si ritirò di un passo.
Poi, la grotta esplose in un boato di furore divino. Un vento caldo e maleodorante lo investì, sollevandolo da terra e sbattendolo contro la parete opposta. Il dolore gli trafisse la spalla.
Hai scritto una parola, sibilò la voce, furiosa, terribile. Non è il mio nome. Ma... ti ho lasciato provare. Hai usato il sangue. Ora... si torna al buio. Per sempre.
Matteo, stordito e sanguinante, sentì la presenza avvicinarsi di nuovo. Non c'era via di fuga. Non c'era via d'uscita. L'unica cosa che riusciva a pensare, nella sua mente offuscata dal dolore, non era un antico nome aramaico o latino. Era il ricordo della città, dei suoi colori, del sole sul Conero. Era il viso di sua madre. Era la semplicità della vita che aveva sempre dato per scontata.
E con quell'ultimo pensiero, un nome salì dalle viscere del suo essere, un nome che non aveva nulla di antico o di mitologico. Sussurrò, con l'ultimo fiato che gli restava: "Paura."
Nell'oscurità più totale, la forma si fermò.
Cosa?
"Il tuo nome... è Paura." ripeté Matteo, in un filo di voce. "Non sei un dio, non sei un diavolo. Tu sei la paura che ognuno si porta dentro. E io... io ho smesso di averti."
Per un lungo, interminabile secondo, non accadde nulla. Poi, l'aria immobile della grotta iniziò a muoversi. Un vento leggero, pulito, fresco, proveniente da chissà dove, accarezzò il volto di Matteo. La presenza, l'orrore, il peso dell'oscurità si dissiparono come nebbia al sole. E in lontananza, dalla direzione da cui era venuto, vide un puntino luminoso. La luce della luna, che filtrava dall'ingresso della grotta.
Matteo non ricordò mai come fece a uscire. Si ritrovò fuori, sotto le stelle, disteso sull'erba umida. Il cielo stellato non gli era mai sembrato così bello, così infinitamente immenso. Era coperto di fango e sangue, con la spalla lussata, ma era vivo.
Non parlò mai a nessuno di ciò che era realmente accaduto laggiù. Disse di essere caduto in un crepaccio. Ma da quella notte, la sua vita cambiò. Aveva scoperto che il vero nome del Diavolo, quello che imprigiona gli uomini nel buio, non è un'antica runa. È la paura che alberga nel nostro cuore. E aveva imparato che l'unico modo per sconfiggerlo è guardarlo negli occhi e chiamarlo con il suo nome più vero.

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